Le origini dello Sport per disabili

Nel 1944 fu aperto a Stoke Mandeville (Aylesbury), in Gran Bretagna, uno dei primi centri europei per la cura e riabilitazione di soggetti affetti da lesione spinale.
Tale centro avviò per primo l’attività “pionieristica” di sport-terapia grazie ad una intuizione del suo direttore Dott.  L. Guttmann, il quale riconobbe che una partecipazione attiva del paziente, affetto da depressione psichica, affezioni respiratorie, piaghe da decubito, nel programma riabilitativo potesse prevenire tali complicanze.

Egli introdusse l’attività sportiva inizialmente come “mezzo” per poter coinvolgere i giovani pazienti para-tetraplegici nell’iter riabilitativo, in seguito, si accorse che, oltre al miglioramento psicologico, vi era nei pazienti un notevole incremento delle capacità muscolari, respiratorie e di gestione della carrozzina che con i metodi tradizionali difficilmente riusciva ad ottenere.

L’iniziativa del Dott. Guttmann ebbe molto successo, ed il 28 Luglio 1948 si tennero i primi Giochi di Stoke Mandeville per atleti disabili, cui parteciparono sportivi disabili ex membri delle Forze Armate Britanniche.

Da allora i Giochi di Stoke Mandeville divennero internazionali e nel 1960 si svolsero nel contesto delle Olimpiadi di Roma. Non si vuole ora fare una cronologia delle manifestazioni internazionali per atleti disabili, basti pensare che sono ormai un appuntamento fisso le Para Olimpiadi, organizzate ogni 4 anni in concomitanza con le Olimpiadi, di cui l’ultima edizione si è tenuta ad Atlanta negli Stati Uniti.

 

Sir Ludwig Guttman e la nascita della Sport Terapia
 

Non si può parlare di sport e disabilità senza menzionare Stoke Mandeville e il ruolo che ha giocato, sotto la guida di Sir Ludwig Guttmann — che chiamavamo affettuosamente “Papà Guttmann», nello sviluppo dello sport in carrozzina. Non si può parlare di sport e disabilità senza parlare degli effetti che ha avuto sulla riabilitazione di persone con lesione midollare, amputazione, paralisi cerebrale, poliomielite, cecità, e altre menomazioni. Non se ne può parlare senza ricordare le molte persone che negli scorsi 50 anni hanno contribuito ad allenare innumerevoli atleti.

Il primo aneddoto da raccontare riguarda Sir Ludwig Guttmann. Un giorno si affacciò dalla finestra del suo ufficio a Stoke Mandeville, vide alcuni ex combattenti in carrozzina che si lanciavano un pallone, e disse a Jimmy Brennan, l’infermiere di cui si fidava di più:

questo dobbiamo farlo qui.”

quello fu l’atto di nascita dello sport in carrozzina. Ricordiamoci che tutto ebbe inizio dai passatempi di giovani scampati agli orrori del   D-day o di qualsiasi altro giorno nella seconda guerra mondiale, catturati dalla macchina fotografica di un uomo che ha saputo prendere quell’immagine e svilupparla fino a ciò che oggi abbiamo sotto gli occhi.

Fino alla seconda guerra mondiale, le persone che riportavano una lesione midollare non sopravvivevano che pochi mesi. Nel primo numero del Lancet del 1823, Sir Astley Cooper diede una descrizione molto approfondita di una lesione midollare. Scrisse:

“In questi casi non esiste rimedio se lo stravaso è considerevole. Non so cosa potrebbe essere tentato, oltre a far sanguinare subito, al fine di impedire un ulteriore stravaso...”

La stessa rassegnazione riguardo alle lesioni midollari era evidente nei documenti degli antichi Egizi. E lo stesso metodo di applicare coppette e salassare è stato in vigore per la maggior parte del 19° secolo. Sir Astley aveva ragione quando, nel 1823 affermava che...

“Il paziente sopravvivrà cinque o sei settimane.”

Questa triste condizione di impotenza perdurò a lungo: fino alla seconda guerra mondiale, procurarsi una lesione midollare significava invariabilmente morire. Harvey Cushing, lì neurochirurgo consulente dell’Esercito Americano durante la prima guerra mondiale, riferì che l’80% dei soldati moriva entro due settimane dalla lesione midollare riportata in battaglia. lì tasso di mortalità per paraplegia traumatica nell’Esercito Britannico era simile. Chi sopravviveva diventava “storpio, invalido ed emarginato”, destinato a passare il resto della vita chiuso in casa o in istituto.

Tuttavia, esisteva già lo sport per persone disabili, anche se dedicato a disabilità con migliore speranza di vita. Ad esempio, che ci fosse già un certo interesse per lo sport fra persone amputate lo testimonia la fondazione, a Glasgow nel 1932, della Società britannica dei Giocatori di Golf con un braccio solo. Sembra che anche la società dei sordomuti abbia fondato diversi club sportivi, qua e là per il paese.

Quindi, anche prima che Guttmann arrivasse a Stoke Mandeville il seme era già gettato. In una comunicazione alla Società Harveiana di Londra, nel 1934, Gowlland - il comandante della casa di riposo Star and Garter per soldati, marinai ed aviatori disabili — scrisse che si andavano definendo dei modi di cura che preparavano la strada a un trattamento migliore per le lesioni midollari ed altre condizioni disabilitanti. Stava diventando chiaro che con una buona assistenza infermieristica le complicanze delle lesioni midollari, quali piaghe da decubito e infezioni urinarie, potevano essere alleviate.

Dopo la prima guerra mondiale e fino al 1934, Gowlland ricoverò nel suo istituto più di 230 paraplegici, di cui si prendevano cura infermieri e ausiliari. Gli era offerta perlomeno una buona assistenza infermieristica, con un protocollo quotidiano. Due giorni la settimana erano passati a letto: erano chiamati “i giorni del clistere”. Gowlland parla di esercizi per i muscoli conservati e di movimenti passivi per gli arti paralizzati, di applicazioni di calore per gli spasmi dolorosi, dell’uso di morfina come ultima risorsa per combattere il dolore. Alla fine di una giornata molto faticosa, il paziente era messo a letto dagli ausiliari.

Quindi, già fra le due guerre si cominciò a considerare i problemi dell’assistenza infermieristica, ma non si insegnava ad essere indipendenti. E lo sport o i passatempi non erano parte del programma quotidiano. Anche se persone con altre disabilità prendevano parte ad attività ricreative, i paraplegici no; però stavano cominciando a sopravvivere più a lungo. Si dovette aspettare fino alla costruzione del primo centro, nel 1944, per vedere insegnata l’indipendenza in carrozzina alle persone con lesione midollare. Si dovette aspettare fino al giorno in cui Ludwig Guttmann guardò fuori di quella finestra, sbirciando da sopra i suoi occhiali, prima che lo sport cominciasse a giocare un ruolo importante nella riabilitazione dopo lesione midollare.

In un elegante articolo del 1952, Guttmann descrive i primi tentativi di giocare a basket, e di farlo con le carrozzine di allora, così pesanti e difficili da manovrare.

Nel 1949, per la prima volta si tenne una competizione fra club sportivi di disabili dell’Inghilterra meridionale. Nel Festival britannico del 1951, furono invitate alcune squadre di disabili per un’esibizione di basket e tiro con l’arco. Guttmann segnalò che doveva trattarsi di una delle novità più notevoli degli ultimi 100 anni del Festival.

Cosa accadrà nel 2051? Ci piacerebbe essere ancora capaci di fare colpo con prestazioni di spicco da parte dei nostri atleti disabili. Purtroppo pochi di noi saranno lì a vedere.

Lo spettacolo deve essere stato ben diverso, il 26 Luglio 1952, sui campi di Stoke Mandeville. Nelle parole di Papà Guttmann...

La lunga riga dei bersagli per gli arcieri, i sibili delle frecce, il loro ‘plop’ quando vanno a segno"

Tutto questo accanto alla Banda Principale della RAF che suonava melodie di Strauss, e sotto la Union Jack.

Questo festival di sport fra olandesi e britannici fu in pratica il primo evento internazionale di sport per persone disabili. Oggi possiamo perdonarci se a quel tempo abbiamo pensato che fosse poco più di un party in giardino, e dobbiamo riconoscere in tutta serietà che fu l’inizio di qualcosa che nei successivi 40 e più anni sarebbe diventato molto importante e avrebbe aiutato le persone con para e tetraplegia a vivere vite più lunghe e positive.

Una curiosità sui giochi del 1952: Charlie Lindsell scagliò il giavellotto a 98 piedi, 9 pollici e ½ (chi è forte in matematica avrà già calcolato: più di 30 metri). Con quella misura Charlie si sarebbe senza dubbio qualificato per tutte le paraolimpiadi seguenti!

Le cose andavano avanti, e sull’onda dell’entusiasmo si andava facendo strada un nuovo tipo di riabilitazione: basata più sulla motivazione e l’attività che sulla somministrazione di terapie passive. Praticando le discipline sportive adattate, le persone mielolese non imparavano solo ad essere più indipendenti, ma acquisivano anche un miglior controllo della carrozzina e sviluppavano forza e resistenza. Soprattutto, si vide chiaramente che tramite lo sport era più facile superare gli steccati sociali e quindi reintegrarsi nella collettività una volta usciti dai centri. La maggior parte degli sport può essere adattato alla carrozzina, e se ne aggiungono continuamente dei nuovi.

Nel 1953 Guttmann stava già guardando avanti...

È sperabile - disse — che si stia avvicinando il giorno in cui i meeting nazionali e internazionali, come le Olimpiadi, includeranno una sessione per i paralitici e gli altri disabili.”

Ora sappiamo che è successo proprio così, ed è stato grazie all’intuizione di Guttmann: capì che lo sport per persone disabili avrebbe avuto successo, e si convinse che avrebbe guadagnato considerazione da parte di molti se avesse avuto un suo evento quadriennale. Allora decise che sarebbe stato così, e che i giochi si dovevano tenere possibilmente nella stessa città che ospitava le olimpiadi.

I primi ebbero luogo a Roma nel 1960, con un villaggio olimpico completamente inadatto agli atleti in carrozzina. Ogni giorno le carrozzine e i loro occupanti dovevano essere portati su e giù per le scale per entrare e uscire dalle loro stanze. Le partite di basket si disputarono su campi in terra battuta. Ma i giochi furono un successo, e da allora i paesi che ospitavano i Giochi Olimpici ebbero la precedenza per organizzare anche quelli che Guttmann chiamava Olimpiadi per disabili. A Roma Papà Guttmann perdonò il Papa che lo aveva investito come “lì De Coubertin dei paralitici”. Ma io so per certo che lui segretamente amava questo suo nuovo titolo.

A Tokyo i due giochi — quelli per normodotati e quelli per disabili - si tennero nello stesso stadio.

A Città del Messico nel 1968 si costatò quanto fosse sbagliato aspettarsi che i giochi avessero sempre luogo nella città che ospitava le Olimpiadi. Infatti si dovettero tenere a Tel Aviv, in Israele. Si raccontano molti aneddoti sulla non idoneità di Città del Messico. Colpa dell’altitudine, ritenuta eccessiva per atleti con lesioni cervicali? Oppure, come Guttmann scrisse nel suo libro “... Le autorità messicane avevano difficoltà organizzative”? La decisione di tenerli in Israele fu saggia, e sono sicuro che a Guttmann (un Ebreo emigrato dalla Germania fra le due guerre; n. d. t.) abbia procurato un segreto piacere.

Fu Heidelberg, invece di Monaco, ad ospitare i giochi del 1972, dove si tenne per la prima volta una corsa, di soli 40 m, per atleti tetraplegici. Fino ad allora era considerato uno sforzo eccessivo, controindicato in caso di lesioni cervicali!

Timorosi com’erano di precorrere i tempi, cosa avrebbero detto gli organizzatori se avessero saputo che soli 12 anni dopo gli atleti tetraplegici avrebbero corso tutte le distanze, maratona compresa?

Ed eccoci, con Toronto 1976, all’era delle Olimpiadi “politiche”. Furono inclusi atleti ciechi ed amputati. Ma la partecipazione del Sudafrica era oggetto di controversia. Se ne sarebbe discusso per diversi anni; e se la politica avvolgeva il movimento olimpico, perché non avrebbe dovuto toccare le paraolimpiadi? Dopotutto, gli atleti disabili cercavano uno status uguale tramite lo sport.

A Montreal il Sudafrica fu bandito dalla competizione a causa della sua politica di apartheid. L’associazione sudafricana di sport-disabili inviò a Toronto una squadra birazziale nel tentativo di smorzare le critiche. Ciò nonostante i governi di Giamaica, India, Ungheria e Polonia ritirarono le loro squadre non appena i sudafricani arrivarono a Toronto. Diverse altre squadre non entrarono in campo quando fu annunciata la partecipazione del Sudafrica. Malgrado questo i giochi furono considerati un successo e il Movimento Paraolimpico fece un altro passo per divenire un’organizzazione credibile agli occhi della confraternita sportiva mondiale. E per la prima volta le organizzazioni sportive per i disabili recepirono le esigenze di atleti con disabilità diverse dalla paralisi.

Nel 1980, Le richieste di Guttmann riguardo alla possibilità di tenere i giochi a Mosca non ricevettero risposta dai sovietici. Si dice che l’unica risposta ricevuta, da parte di un alta carica governativa, fu che in URSS non c’erano disabili. Pochi ne furono stupiti. Allora L’Olanda avanzò la candidatura di Amhem, subito accolta. Per la prima volta gli atleti gareggianti si avvicinarono a duemila.

Ma, come un fulmine a ciel sereno, il Parlamento Olandese annunciò che non avrebbe consentito i giochi se vi avesse partecipato il Sudafrica. Nel 1978 Guttmann capì che la sua creatura sarebbe stata per la prima volta in serio pericolo se non si fosse allineato alla opinione comune. Nei giochi del 1979 a Stoke Mandeville, al Sudafrica fu chiesto di ritirarsi, con dispiacere di molti. Il Sudafrica restava comunque fra i paesi membri, e sarà riammesso ai giochi nel 1991.

Nel Marzo 1980, Sir Ludwig Guttmann, il fondatore e presidente, morì.

Con il passaggio della presidenza nelle mani del canadese Robert Jackson gli atleti ebbero più voce in capitolo nella gestione dei loro sport. Dalle paraolimpiadi del 1980 uscirono nuove idee, specialmente nel disegno delle carrozzine. Fino ad allora si erano applicate a tutti gli sport le regole delle carrozzine da basket. Si crearono delle sezioni specifiche per ogni sport, ognuna delle quali prese a stabilire delle regole che fossero più possibile vicine a quelle dei normodotati. lo stesso ho fatto parte del gruppo designato da un comitato internazionale a definire come si sarebbero dovute sviluppare le gare di atletica leggera.

Agli atleti in carrozzina fu data mano libera a progettare delle carrozzine che ottimizzassero le prestazioni. È interessante notare che fu da questa iniziativa che nacquero le carrozzine superleggere che oggi dominano il mercato. Carrozzine disegnate dagli atleti per gli atleti. In seguito a questa evoluzione le prestazioni migliorarono, e molti record mondiali stabiliti da anni furono battuti.

Fino ad allora le regole dicevano che una carrozzina doveva avere quattro ruote. Quando la prima carrozzina a tre ruote apparve sulla pista, fu evidente che trasgrediva la regola. Venne immediatamente esclusa dalla competizione, e dichiarata illegale. Allora l’atleta entrò in una tenda-officina e chiese una rotella di ricambio. Attaccò poi la rotella alla parte posteriore della carrozzina con uno spago, come se fosse la ruota di scorta di un’auto. Infine domandò di essere riammesso alla gara, giacché aveva le quattro ruote previste dal regolamento. Fu riammesso, poiché le regole non specificavano dove la ruota doveva essere. L’atleta gareggiò, e vinse.

Chiaramente il regolamento doveva essere riscritto, e questo richiese molto del tempo libero che rimaneva al Pannello Internazionale per i Regolamenti.

Poi fu il disastro. Si decise in Amhem che il luogo in cui si sarebbero tenuti i giochi per atleti in carrozzina del 1984 doveva essere diverso da quello per le altre disabilità. Si riconobbe subito che ci sarebbero stati problemi. E in effetti ci furono. Ci si accordò che le federazioni internazionali si sarebbero dovute affiliare per due ragioni:

  1. Per comunicare con il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) come ente singolo

  2. Per coordinare la competizione olimpica quadriennale.

I giochi ISOD dovevano essere tenuti a Nassau County Long lsland e i settimi giochi mondiali in carrozzina a Urbana-Champaign, nell’Università dell’lllinois. Questi ultimi non ebbero luogo perché il Comitato organizzatore delle Paraolimpiadi non riuscì a raccogliere i fondi necessari.

Cinque anni dopo la morte del fondatore, le Paraolimpiadi si tennero ad Aylesbury, in Inghilterra.

Si disse che se il Presidente Reagan avesse cancellato i programmi alla cerimonia di apertura dei Giochi di Los Angeles, si sarebbero raccolti fondi a sufficienza per tenerle a Chicago. Vero o falso, ormai è storia.

Aylesbury fu un gran successo, e ci vollero solo nove mesi perché il comitato organizzatore raccogliesse i fondi necessari e predisponesse la logistica e le competizioni. I giochi durarono due settimane e vi parteciparono 1100 atleti. La fiamma dei giochi è ancora accesa, a testimonianza dei giochi che rischiarono di non aver luogo.

Seul, capitale della Corea del Sud, ospitò i giochi del 1988. A tutt’oggi non abbiamo ancora capito, e credo non lo sapremo mai, se i piccoli Coreani abbiano colto o no la differenza fra le Paraolimpiadi e le Olimpiadi che avevano ospitato nelle due settimane precedenti. Grazie al loro trascinante entusiasmo, è sembrato quasi che le Olimpiadi per normodotati fossero la prova delle Paraolimpiadi. La cerimonia di apertura fu esattamente uguale, con una folla immensa a presenziarvi. Le gare furono tenute nello stesso stadio, in mezzo a folle eccitate ed entusiaste. Per la prima volta si fecero controlli antidoping, e fu opportuno. Le misure di sicurezza erano rigorose.

Il comitato organizzatore di Seul aveva portato lo sport per disabili al suo zenit. Aveva fissato un nuovo standard per il futuro, con un’organizzazione difficile da eguagliare, Il movimento paraolimpico era maturato. La Corea aveva lanciato il guanto di sfida dicendo... «raccoglietelo”.

E Barcellona lo fece nel 1992. Gli spagnoli portarono il tutto un passo avanti, mettendo in mostra un’organizzazione al tempo stesso ferrea e dagli ingranaggi ben oliati. Fu il meglio, purtroppo non ripetuto ad Atlanta nel 1996. Una volta ancora gli americani peccarono nell’organizzazione, e negli stadi c’erano pochi spettatori. Quindi Sydney 2000 è riuscita a far progredire ancora lo sport per disabili all’ingresso nel nuovo millennio.

L’UNESCO ha definito lo sport come “Qualsiasi attività a carattere di gioco o che implichi una lotta con se stesso o con gli altri, o un confronto con elementi naturali. Se questa attività implica competizione, deve essere realizzata con spirito sportivo. Non ci può essere vero sport senza fair-play. Ogni regola va osservata tenendo presente questo principio.”

Lo sport ha molti ingredienti e può essere goduto in diversi modi. Anche se è definito tenendo presente le persone normodotate, le esigenze e i requisiti per le persone disabili sono gli stessi.